Aglo Thau*

* Aglo thau: in alto in lingua nepali

Cronaca di un’escursione himalayana.
In compagnia di un guru e di un Tamang

Panch Pokhari: il “massiccio impettito”

9 agosto 2019, Tuppi Danda, 2320 metri Siedo accovacciata di fronte alle fiammelle danzanti, col viso che talvolta avvampa nella luce calda del fuoco, talvolta resta nascosto dietro ai getti delle ombre, sinuose come sagome di animali. L’ayahuasca (un infuso psichedelico a base di erbe utilizzato nello sciamanesimo) ha fatto effetto e, ormai inerme e trasportata, sento il corpo molle che freme, trapassato da cerchi vaporosi. Nello stomaco ho il rombo sordo di una mandria in avvicinamento che crea un vuoto d’aria; il suolo trema. Fuori, sollevata come un polverone, la nebbia chiara ci fascia in un mantello e dentro il fumo nero ci avvolge come tenebra da ogni parte. Trattengo il respiro. La voce di Krishna rimbomba tuonante nella stanza: “I due tori scendevano a valle, trascinando un pesantissimo aratro. D’un tratto questo s’incastrò e i due possenti animali, sbuffando e scalciando, irati presero a spingere ferocemente con zoccoli e zampe, finendo per creare delle voragini nel suolo. Nell’impeto e nella fatica, cominciarono a urinare, riempiendo quei bacini e dando vita ad una cascata maestosa e imperiale”.

10 agosto 2019, Nyasim Pati, 3700 metri La nebbia ha inghiottito le rocce, i versanti, le valli e la vetta. Ho la vista offuscata da un’umidità densa, che appesantisce l’aria a ogni respiro e mi attanaglia le ossa. Dietro a una cascata di goccioline che rimbalzano sul cappuccio mi guardo attorno, immaginando quel sacro paesaggio himalayano in assenza del monsone. A questa altitudine, se fosse illuminata dal sole e resa visibile ai miei occhi, la foresta tropicale eserciterebbe un fascino maestoso: il verde cupo dei pini, le tinte sgargianti del rododendro, il grigiore dell’utis (alnus nepalensis, ontano che cresce negli altipiani subtropicali dell’Himalaya)E poi, salendo, immagino la giungla sfarzosa lasciare spazio a flora e climi più alpini, ai ginepri, ai larici, alle querce, mentre nella volta celeste e principesca sogno gli ottomila, re dei cieli, squarciare attorno l’orizzonte. Questa moltitudine di specie e di entità sacralizzate ci deve pur essere, anche ora, celata dietro al sipario vaporoso, più vicino di quanto io possa immaginare. Cerco le cime, sperando che mi appaiano dinanzi, come la Tour Eiffel che spunta da ogni angolo di Parigi.
Corro svelta, mossa dalla fretta di arrivare, affiancata a volte da un portatore di passaggio. Guardando i portatori, mi accorgo della nostra lampante diversità: loro carichi di merce, coperte, cuscini e cibo, montati in spalla o trasportati sopra la testa, seminudi e fradici, sotto indumenti che mi sembrano terribilmente inadeguati; io, portatrice di me stessa e del mio zaino, incappucciata in un guscio in Gore-Tex, coperta da una mantella blu squarciata sulla spalla. Guardandoci nel nostro andare, vedo anche due sagome simili: anime superbe, che mondano chine i loro peccati sotto il peso della coscienza e delle nostre società.
Nyasim Pati mi sono rivestita dopo aver riposto ogni speranza che i miei vestiti fradici potessero asciugarsi. Dentro e fuori di me piove. Salto di roccia in roccia, al riparo del niente, mentre le nubi celano il sole, incupendo i miei pensieri con il biancore spettrale che sbarra anche la strada. Mi guardo indietro: di Krishna neanche l’ombra. Sono di nuovo sola, a ogni passo, senza neanche un Virgilio che mi voglia con sé.
Krishna è un guru, proselito di Chandi (Mother Goddess, deità induista, creatrice primordiale dell’universo, dell’uomo e di tutti gli dèi). Ha quasi sessant’anni, appare sano e vigoroso, nonostante l’aspetto trasandato. La dedizione alla spiritualità non contempla orpelli. Gli mancano gli incisivi, ma gli altri denti sono di una brillantezza disarmante. Carnagione scura, capelli radi e una barba grigiognola donano a Krishna un aspetto curioso e un forte magnetismo. Raramente indossa le scarpe, ma per il trekking si è attrezzato con un paio di Nike Air bianche da pallacanestro, che stonano drammaticamente con la sua bassa statura. È vestito d’arancio, camicia e pantaloni di cotone leggero, impugna un pesantissimo tridente d’ottone e tamburella a ogni passo con il suo rumoroso damaru (un piccolo strumento a percussione a doppio tamburo di pelle e cuoio).
Ho conosciuto Krishna in una fattoria biodinamica di Banepa, piccola città ad est di Kathmandu, in cui soggiornavo a pagamento in cambio di volontariato per lo più come diserbante umana: potavo le piante, ripulivo il sentiero, rimuovevo le erbacce, facevo la marmellata con i pochi frutti maturi che trovavo qua e là. Là Krishna mi aveva proposto di partire per il Langtang, il parco naturale a nord sotto il confine tibetano. Saremmo andati a Panch Pokhari, i Cinque Laghi.

E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139)

11 agosto 2019, Panch Pokhari, 4100 metri Mi sveglio al solito prima dell’alba e per temporeggiare prendo a rigirarmi sotto al peso delle coperte nel soppalco buio. Sono tornata di nuovo bambina, in camera a squadrare le perline del soffitto, quando cercavo gli occhi scuri del legno e immaginavo facce di uomini e animali. Quando non riuscivo a prendere sonno, tiravo la lunga maniglia del lucernaio e clack!, una fessura si apriva sopra di me, spalancandomi la visuale al cielo. Mi arrampicavo sul tetto e me ne stavo lì per un po’, accovacciata sotto il camino, a osservare le stelle.
Scorgo timidi raggi, che infilandosi sotto al tendalino intiepidiscono l’aria. Grosse gocce di condensa cadono sulle mie guance. “Scalda!” dico al sole tra me e me. Con un balzo scosto le coperte, tasto i vestiti. L’umidità è spaventosa, la pioggia incessante non lascia asciugare nemmeno i tessuti tecnici. Ma ho disteso la mia roba tutt’attorno al mio giaciglio, sperando che il calore del mio corpo e il vapore fuoriuscito dalla borraccia piena d’acqua bollente potessero almeno riscaldarli durante la notte. Ha funzionato.

Panch Pokhari: di notte, nella guest house

Affacciandomi dal rifugio, assaporo il gusto tiepido del sole, la dolcezza del cielo azzurro, la forma morbida dei laghi, le crude cime circostanti. Dopo interminabili giorni avvolti dalla nebbia, finalmente ho rivisto il sole.
Il programma mattutino prevede una breve escursione: “We’ll be standing up there!” indica il guru. Gli brillano gli occhi per l’eccitazione. Alzo lo sguardo a fatica, tanto forte è il bagliore. Il massiccio, impettito come un principe, si erge imponente nel cielo terso. La luce illumina la vegetazione, rende i colori di una vividezza quasi innaturale.
Lungo il sentiero, Krishna mi racconta ancora dei tori, dei fiori e degli dèi. Panch Pokhari, letteralmente i Cinque Laghi, è un luogo sacro, ancora puro e immacolato, raramente frequentato da turisti occidentali, meta di pellegrinaggio di nepalesi induisti provenienti dalle regioni più remote del Paese. Tra luglio e agosto cade il Janai Purnima, festività tra le più celebrate del Nepal. Secondo la tradizione, pellegrini e brahmani si recano a Panch Pokhari durante i giorni di luna piena (purnima) per un rituale che consiste nel legare un braccialetto colorato (janai) al polso dei propri fratelli, investendoli così di un ruolo di responsabilità e protezione. Il rito prevede l’intonazione di mantra e preghiere, l’offerta di doni agli dèi e l’abluzione nelle sacre acque dei laghi, per trovare la verità nella fede.
Oggi l’escursione è guidata da uno dei gestori delle guest house del campo base. Un uomo silenzioso, dallo sguardo cupo, che sorride poco. I lineamenti duri non celano una dolcezza interiore, di spirito, che finisce inevitabilmente per trasparire. È giovane e naturalmente atletico. Indossa un gilet di lana di yak, pantaloni corti in tessuto leggero, un paio di infradito blu e, legato alla cintola, un pugnale simile al kirpan dei Sikh, inarcato, a mezzaluna, lungo quanto una spada e riposto in un fodero di pelle.
Non mi ha mai svelato il suo nome, né mi ha mai donato indicazioni sulla strada da percorrere. Allora lo seguo, imitandolo nel silenzio, cercando di zampettare sui suoi passi. Krishna ci viene dietro distratto, estasiato, strimpellando di tanto in tanto il solito damaru. Porto con me lo zaino, memore di analoghe esperienze, nonostante Krishna lo ritenga un inutile bagaglio poiché, dice, andiamo a fare solo una breve passeggiata. Ho preferito tenere con me qualche indumento caldo, in previsione di rovesci. Alla fine Krishna decide di approfittarne, chiedendomi di aggiungere un sacchetto di frutta secca, il suo libro e l’occorrente per le preghiere a Chandi: la shankha, una grossa conchiglia (Turbinella pyrum, il guscio di una specie di lumaca di mare) usata come corno sacro nei riti religiosi e più pesante della mia reflex; il damaru; e l’immancabile trishula d’ottone, lo scettro di Shiva, di cui Krishna va particolarmente fiero.
Dopo aver attraversato per la seconda volta il fiume, mi rendo conto della reale entità della nostra passeggiata. Avvolto sul cocuzzolo da un accumulo di nubi grigiastre e volteggianti come rapaci sulla preda, il massiccio appare ormai dubbioso, quasi quanto me. Imbocchiamo un sentiero verticale, che serpeggia verde alla sinistra della cascata.
Non ci vuole molto prima ch’io mi accorga di quanto impervio sia il passaggio, percorso unicamente dagli animali al pascolo. Una selvaggia distesa di fiorellini, licheni ed erbacce, alternate a grossi massi. Cuscini di muschio sui sassi più piccoli e nelle concavità tra i più grandi nascondono buchi pericolosi come crepacci, il mio incubo peggiore. Perdo la guida, che avevo seguito a ruota per calcarne le orme. Guardandolo allontanarsi, nella sagoma del ragazzo Tamang fatico a riconoscerne sembianze umane, e mi sembra invece di inseguire un giovane tahr (Hemitragus jemlahicus, un grosso ungulato dell’Himalaya), perfettamente immerso nella propria indifferenza.
I Tamang sono un gruppo etnico del Nepal stanziato sulle montagne himalayane. Spesso svolgono la funzione di portatori, al pari degli sherpa tibetani o, se preferite, delle portatrici carniche di oltre un secolo fa. La gran parte dei nativi che ho incontrato durante il trekking è di origine Tamang. Si occupano della gestione dei rifugi montani o di scattarmi foto lungo la strada, increduli delle mie sembianze marziane. Giungo a una selletta, che credo essere la cima, e divertita mi rendo conto di essere finita in Nepal a fare la sherpa al mio guru, all’inseguimento di uno strambo Tamang.
Ritrovo la mia guida senza nome accovacciato ad aspettarmi. Non appena mi vede, senza dire una parola riprende a muoversi. Mi chiedo dove voglia andare. Non c’è traccia di un sentiero, né via per proseguire. Guardo con attenzione: sulla sinistra intravedo una cresta che non sembra di facile approccio, a destra una parete scaglionata e piuttosto verticale, completamente inghiottita dalla nebbia.

Panch Pokhari: la sera, a cena

Aspetto Krishna, che appena riemerso dalla coltre di nubi chiede informazioni al ragazzo. La lingua parlata dai Tamang è diversa dal nepalese, ma non è difficile neppure per me interpretare il suo sguardo. Sono tre le vie per raggiungere la vetta: la prima è pericolosa, la seconda impervia, la terza ancora sconosciuta. Il giovane tahr si allontana rapido per dare un’occhiata prima di prendere una decisione. Io aspetto, pensierosa come il cielo. L’azzurro è ormai scomparso e del sole resta solo il fortissimo riverbero della sua luce. A un cenno si riparte.
Seguo la mia sagoma-guida da lontano, sempre in seconda posizione, lungo un pendio scosceso. Il versante sinistro scende ripido verso il soffice materasso di nuvole poco più in basso e l’erba bagnata rende il sentiero scivoloso e ogni passo incerto. Dopo un lungo tratto esposto, aggrappati al viscidume della vegetazione, risaliamo una sella, giungendo all’ultima tappa.
Alla mia destra si erge una parete verticale, la via per arrivare “in catena”. Può sembrare un quarto o quinto grado, ma non ho idea di cosa mi aspetti più in alto, oltre all’unico paio di metri ancora visibile. Dov’è la cima? Quanto lunga è la via? Quanto manca prima che cominci a diluviare? Di fronte ai miei dubbi, Krishna è intrappolato in un’estasi sensoriale, al pensiero di essere ad un passo dal cantare per Chandi in cima al grande masso.
Il nostro accompagnatore valuta le opzioni di salita e sceglie la via centrale.
Così l’affascinante creatura mitologica comincia a svestirsi, dando inizio ai preparativi per la scalata finale. Si toglie lo yak, sgancia il pugnale e si sfila gli infradito, per poi sparire dietro al breve orizzonte vaporoso sopra di noi. Krishna esterrefatto comincia la svestizione dalle scarpe, mentre mi chiede rapidamente di riorganizzare lo zaino con i suoi strumenti di preghiera. Lo vedo partire, le piante dei piedi che scivolano sulla parete umida. Mi domando cosa farei se non tornassero.
Ho deciso rapidamente, d’istinto, di non proseguire. Rinuncio alla vetta e riconosco i miei limiti. Non mi sento sicura di affrontare la parete, la nebbia, l’incertezza. Il desiderio atavico di avventura, la necessità di fare esperienza di sensazioni, di vita, sono connaturate in me, riflessi congeniti mi spingono a imboccare i sensi unici, i divieti di transito, le opzioni impreviste. In montagna però divento coscienziosa, cauta come in una giungla, rispettosa come nei miei boschi di casa, quando mi faccio piccola e silenziosa di fronte alla magnitudine del bramito del cervo, allo stridulo bubolare di un gufo.
Rimpicciolisco, abbasso lo sguardo sulle mie scarpe firmate, insignificanti al cospetto dei piedi nudi dei Tamang, alle loro piante nere e dure come le suole Vibram.
Comincio a sentire il ticchettio della pioggia, m’infilo il guscio e vengo investita da un senso di pace e di calma. Restando in piedi, osservo il paesaggio, silenzioso e immobile: io che non arrivo al metro e sessanta sto sfiorando i cinquemila.
Sorrido, rabbrividendo dal freddo e dall’eccitazione. Un pica (Ochotona roylei, simile al lemming, un cugino della lepre che fischia come una marmotta) spunta improvvisamente da un buchetto nel terreno: ci fissiamo, entrambi impauriti e minuscoli, appollaiati sotto il tetto del mondo. Sento flebile il corno di Krishna soffiare dalla vetta.

Sorrido di nuovo. Il pica scompare fulmineo, così com’è venuto.

Articolo pubblicato sul numero 100 di In Alto, rivista della Società Alpina Friulana

6 risposte a "Aglo Thau*"

      1. Complimenti, un racconto meraviglioso e realistico, grazie per avermi consentito di assaporare i meravigliosi paesaggi, le persone, gli usi e i costumi himalayani.

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