Metascrittura

Leggo un articolo de La Stampa sull’importanza di recuperare la scrittura a mano, di quanto sia “vitale per lo sviluppo cognitivo”. Ho un bel ricordo delle lezioni di corsivo e stampatello a scuola, quando già mostravo i primi segni di anarchica, ed era infatti chiaro che alla fine avrei optato per una via di mezzo, il giusto miscuglio tra due stili non veramente definiti. Un po’ volevo imitare la mamma, che però era più orientata verso lo stampatello minuscolo, anche se leggermente disordinato. Dall’altra parte sentivo un bisogno impellente di dare sfogo alla mia mano mancina, che fremeva per scrivere male, affascinata dagli scarabocchi e che si impegnava, riuscendo tremendamente bene, solo in contesti determinati. Per il resto del tempo, faceva l’artista.

Oggi continuo ad amare la scrittura, a mano o al computer. Ultimamente devo dirmi più incline all’uso della tecnologia, principalmente per una questione di natura pratica, soprattutto per via del fatto che tendo a tenere molte conversazioni, spesso anche serie, su whatsapp. Incredibilmente, riesco a discutere, ad affrontare temi delicati e a produrre pezzi di un’originalità speciale per mezzo di uno schermo di neanche cinque pollici.

Questa mia passione per la scrittura nasce presto, ma con davvero poca considerazione e consapevolezza. Componimenti poetici di maggiore o minor rilievo, lettere struggenti, riflessioni pensate e citazioni di film. Alle medie, la professoressa di italiano ci dava delle consegne originali, che io non potevo che adorare: ritagliava delle vignette dalla Settimana Enigmistica, chiedendoci di comporre un testo a partire da quel paio di righe. Poteva essere un racconto dell’orrore, una storia romantica, un romanzo storico o un testo argomentativo di qualunque altro genere. Così io davo sfogo alla creatività e alla mente.

Poi al liceo mi sono cimentata in testi sempre più seri, i temi storici, letterari, la prima prova alla maturità, anche se di base, la scrittura restava una delle tante vie di fuga dalla realtà che mi stava stretta. Allora disegnavo, cantavo, scattavo delle foto e mi perdevo dentro il grande schermo, facendomi sprofondare nelle poltroncine, inghiottita dall’oscurità dei cinema.

E scrivevo su Facebook, alimentata dall’animo ribelle adolescenziale, battendomi per cause sentite e polemiche sterili, dal fascismo dilagante, ai diritti degli omosessuali, intermezzate da non sempre sporadiche uscite sentimentali e pensieri malinconici.

All’università studiando letteratura inglese e francese ho dato libero sfogo alla scrittura in lingua, stimolata dal precedente percorso del liceo, quando già riuscivo a dare alla luce interessanti componimenti di carattere anglofono.

In Australia avevo cominciato a riprendere carta e penna, imbrattando un taccuino con parole e schizzi della mia vita nell’emisfero meridionale. Animata dalle visioni poetiche della terra rossa, degli aborigeni, dei BBQ in bikini alla vigilia di Natale e vicende più vicine alla comicità dei travestimenti messi in atto da uomini incravattati, per nascondere le bevande alcoliche in bicchieri da caffè. Il viaggio era stato lungo e sei mesi erano un tempo facile per mettere in crisi la mia costanza nella produzione.

Ma la passione col tempo è cresciuta, quasi una forza indipendente, latitava dentro di me per uscire, saltuariamente e a sprazzi. In Islanda tra la pioggia, le mani infreddolite e l’autostop era difficile non far bagnare la carta e, trovato temporaneo riparo sull’auto di un passante, buttavo giù qualche riga sulle note del cellulare.

Finché i viaggi in treno per Ravenna, potentissimi catalizzatori di ricordi e, allo stesso tempo, veicoli di nuove esperienze, anche surreali, mi hanno riofferto tempo e occasioni per riaprire il taccuino e riempirlo di storie nuove di zecca. Allora scrivevo di proposte strambe come quel massaggio ai piedi, di personaggi e gesti inopportuni, situazioni e ritardi all’italiana, sbagli di rotte, incontri mai programmati.

Insomma la scrittura non mi lascia e diventa parte del mio quotidiano. Ormai anche in contesti tanto ostili quanto le traversate in bus nella giungla nepalese, tra un sobbalzo, una strombazzata di clacson o una sessione sciamanica del nuovo passeggero. E producevo quello che vorrei diventasse la mia prima vera pubblicazione, una cronaca quotidiana, densa di sentimento, vicende e sapore della tradizione nepalese, mescolate alla mia percezione di giovane europea, tramortita dalla prima esperienza nel continente asiatico. Un’immersione senza bombola nelle profondità più oscure ed affascinanti di un luogo lontano anni luce dal mondo che fino ad allora conoscevo.

In attesa di editing, continuo a produrre giornalmente un’infinità di righe, ad ogni possibile occasione. Ad esempio, tornando all’uso tecnologico dei moderni mezzi di comunicazione, rafforzo un appetito incontrollabile per le conversazioni telefoniche scritte e da anni, instauro relazioni basate sullo scambio epistolo-virtuale di lunghe lettere, in cui gli episodi meno rilevanti diventano spunto per racconti fantastici e costruzioni linguistiche strutturate. E questo capita, mentre gran parte dei miei coetanei si scoccia per un vocale di dieci minuti, diventato persino una hit della canzone, o di leggere mielosi poemi senza apparente senso.

Per fortuna, salvo eccezioni, e trovo chi mi dà adito e alimenta questa mia ottocentesca sensibilità per lettere e narrazione.

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