Cronache Nepalesi Recap

“Sorseggiando il tè mi guardo attorno. La sensazione di alienazione dalla civiltà mi era costata un radicale acclimatamento al nuovo mondo ed ora era come se ne fossi parte e potessi percepirne il sentimento del contrario. L’impatto con il Nepal era stato ironicamente tragico. Avevo combattuto con pensieri e sensazioni dal primo istante in cui ci avevo messo piede e adesso cominciavo a rendermi conto d’essermi fatta assimilare da esso, inghiottita dal marasma di una terra sebbene piccola, brulicante di culture, religioni, lingue e usanze locali, dalle spesso sconvolgenti abitudini della sua gente, dal turbinio di odori colorati; un approccio, come quello indiano, difficile da combattere o persino da evitare.

Sorrido, il Dilmah in bustina servito in tutti questi locali turistici non ha nulla a che vedere con le spezie autoctone che mi hanno stregato le papille fino ad ora e mentre soffio il vapore caldo nell’aria che già scotta, penso di esserci cascata un’altra volta. Nonostante tutto, i miei indumenti non erano stati gli unici ad essersi intrisi di quell’essenza nepalese, umida e speziata, e dentro e fuori cominciavo a vestire una pelle nuova: ero riuscita a fare mia una fetta di mondo incredibilmente distante, che però era ormai diventata anche parte integrante di me.”

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Cinque settimane da sola in Nepal possono significare una moltitudine di cose: essenzialmente che ti senti sudicia sotto abiti e pelle che mai profumeranno come prima. Poi, come mi è stato detto, che ho trovato pane per i miei denti.

L’impatto è stato tragico e sconvolgente. Lasciato il traffico caotico di gas di scarico, clacson deliranti quanto improbabili, motorini che sfrecciano da e in ogni direzione, animali pascolanti sulle corsie, l’asfalto che si sfa, per diradarsi in un percorso fangoso e ad ostacoli, aperto in voragini di polvere e plastica bruciata, raggiungo le zone rurali del Nepal Centrale, ad est di Kathmandu: sono colline di giungla verde, che nonostante l’altitudine, vengono alimentate dal clima tropicale e vivono e respirano in rumorosa e percepibile autonomia.

Le mie cronache nepalesi sono suddivise in cinque estenuanti capitoli: il primo è ambientato a Nagarkot e Palubari, tra la famiglia di Pralhad, il preside e la Splendid Valley Secondary School. Dieci giorni di immersione nel sistema educativo nepalese, bambini e ragazzi curiosi ed affamati di notizie dall’Occidente, ma altrettanto interessati all’impressione che io ho del loro Paese.

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Il secondo capitolo si apre sul bus per Banepa, una città ad una ventina di chilometri a sud di Nagarkot, dove avrei trascorso due settimane in una fattoria ecologica, capitanata dall’eccentrico proselitista di Chandi, sprovvisto di scarpe e munito di un tridente d’ottone da cui mai si separa.

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Il terzo è la parentesi himalayana di otto giorni di trekking a Panch Pokhari, letteralmente i Cinque Laghi, meta spirituale che sfiora i Cinquemila, nel giardino dell’Eden induista, in cui crescono 108 specie diverse di fiori dai profumi colorati, baciati da acque venerate provenienti da cascate sacre ed imperiali. Secondo le leggende, le alture rocciose ed imponenti sono dei templi immensi ed i prati sono stati terra d’incontro delle divinità da cui ogni cosa prese vita.

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Pareva d’essere all’albore dei tempi, senza l’elettricità, i wc o dei muri solidi, ma c’era la plastica, costante e simbolo del progresso occidentale, l’amica di tutti i popoli, la tossina del mondo. Dormivo a terra, sopra una tavola di legno, su un letto di fango intriso d’umidità, combattevo con i brividi della febbre e gli spasmi dello stomaco ammalato.

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Il ritorno alla fattoria m’era sembrato un bagno di comfort, in cui mi sono immersa, finalmente, con tutto il corpo, l’acqua bollita con l’infuso di Lemongrass, la pelle pulita e il mio sacco a pelo di sempre.

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Al numero quattro giungo con difficoltà e amarezza, chiedendo informazioni di fronte all’indifferenza dei passanti, zoppicante fino all’ultima meta. All’aeroporto trovo Michele, con cui avrei trascorso la quinta e ultima settimana: sospiro sollevata, il turismo nepalese. L’arrivo a Pokhara è l’ingresso alla civiltà del passaggio riportato sopra, il tè insapore, la carta igienica e il cibo internazionale. Dopo un mese di Dal Bhat, curry di patate ed olio esausto, imploro una tregua. Una mattina prima dell’alba, spingiamo un motorino all’esasperazione, alla rincorsa del tempo, fino a vedere stagliata di fronte a noi, nella debolezza della notte che muore, la facciata meridionale dell’Annapurna: imponente e maestosa mi guarda, quasi dubbiosa con le nuvole in fronte, facendomi trasalire, dopo ottomila battiti sospesi e le lacrime agli occhi.

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Penultimo è stato il Chitwan, Parco Nazionale al confine con l’India, che durante la bassa stagione fluttua sospeso tra le liane che pendono dagli altissimi tronchi d’albero, stagliati nell’azzurro del cielo. Un luogo immerso in un’atmosfera pacifica di un villaggio fatato, un’agglomerato di capanni lungo l’unica strada che serpeggia calma tra la giungla. La vegetazione distesa e allungata, protende i suoi rami come grinfie sulla precarietà delle vite umane e le ore sono cadenzate dal passaggio quieto di un elefante, tre tonnellate di flemmatica eleganza.

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Nel tumulto del centro di Thamel, a Kathmandu, mi risveglio dal torpore tropicale del Parco innaffiato d’India e di ritmi molli. Qui invece, sotto gli occhi vigili di Swayambhunath, letteralmente sorto da sè, la città s’attorciglia nella moltitudine delle attività assordanti e frenetiche dei locali nepalesi. Le scimmie popolano il Tempio e nella mia testa mettono in discussione centinaia di secoli d’evoluzione quasi annientata.

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2 risposte a "Cronache Nepalesi Recap"

  1. Ho iniziato a leggere le tue cronache nepalesi avendo in mente e nel cuore l’immagine di Doni… Poi, continuando a leggere, piano piano sei emersa tu ed è stato un piacere riscoprire la tua (proprio la tua) bellezza, sensibilità e vitalità. Non voglio farti i complimenti per la tua scrittura (superflui), ma solo dirti che le tue parole (sincere e pulite) mi hanno richiamato la bellezza e il fascino di viaggi fatti in solitudine e con altri. I colori, i suoni, gli odori e le persone che hai incontrato non ti lasceranno mai e li porterai sempre con te. Buona vita. Ezio Loris (da Milano)

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    1. Che piacere, Ezio. Leggendo il tuo commento mi rendo conto di quanto mi faccia felice scrivere per avere la possibilità di arrivare così lontano, nei ricordi miei e degli altri, nelle sensazioni, nello spazio e nel tempo. In ogni caso, apprezzo particolarmente la sensibilità del tuo commento. Un abbraccio, Ofelia

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